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Estratto dall'episodio 15

Da un IBM 286 a Cesena a un'azienda internazionale: come è nato l'hacker Marco Ramilli

Marco Ramilli è cresciuto a Cesena, e la scintilla — racconta a Matteo Papi — è arrivata grazie al padre, che alla fine degli anni '80 comprò uno dei primi personal computer, un IBM 286, sul quale il giovane Ramilli iniziò a programmare in Basic.

Il giorno in cui ha bloccato la rete dell'università. Da studente di ingegneria a Cesena, durante un laboratorio di networking, per gioco creò un ciclo infinito che inviava messaggi a tutti i computer collegati alla rete tramite un indirizzo broadcast — mandando in tilt l'intera rete dell'ateneo. È lì, dice, che ha scoperto il vero significato della parola "hacker": non un criminale col cappuccio, ma "colui che è curioso nel comprendere e nello sfidare i sistemi".

Poi l'America. Dopo la tesi di laurea, alcune università internazionali lo contattano; lui stesso si propone a un ateneo californiano, UC Davis, dove svolge il dottorato sulla sicurezza dei sistemi di voto elettronico. Da lì arriva una chiamata al NIST, l'ente statale americano per gli standard tecnologici. Nel 2014, con un'offerta di lavoro importante sul tavolo, decide invece di tornare in Romagna e fondare la sua prima azienda, Yoroi, partita "in quattro da una cantina di Sant'Arcangelo di Romagna".

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